La Consulta Dipartimentale della ASL Roma 1 si è svolta giovedì 7 aprile dalle 10 alle 12 nella sala Basaglia dentro il complesso del S. Maria della Pietà. L’ordine del giorno, dopo la consueta lettura ed approvazione del verbale della scorsa riunione, prevedeva la presentazione del nuovo delegato del Sindaco per la ASL Roma 1, nella persona del Dott. Bibbolino, un aggiornamento sulla situazione del Piano Regionale per la Salute Mentale 22-24, una comunicazione del DSM sulla situazione dei posti nei Centri Diurni a seguito di una Determinazione Regionale sul tema, e infine osservazioni sulla “Misura integrata dedicata all’accesso all’assistenza e tutela della salute mentale e alla prevenzione del disagio psichico” emanata dalla Regione Lazio, nello specifico sul famigerato “bonus psicologo” proposto dal Presidente Zingaretti. Per fortuna rimane la dicitura finale delle “varie ed eventuali” nelle quali è possibile provare a proporre qualcosa di più specifico per il territorio di competenza.
Partecipare è sempre un’esperienza importante, meritevole di riflessioni e collegamenti. Procediamo con ordine, dal primo punto.
ll Dott. Bibbolino è il benvenuto e la sua presenza non va solo accolta ma addirittura festeggiata dopo anni di vacanza/vacuità del ruolo di Delegato del Sindaco e di mancanza della Conferenza locale sociale e sanitaria per la ASL Roma 1. Un’assenza che ha depotenziato in parte le rivendicazioni e le segnalazioni delle Consulte Dipartimentali e della Consulta cittadina. L’esperienza pregressa del Dott. Bibbolino è importante ma ancora più rilevante è la sua presenza oggi e, speriamo, l’assiduità di essa nelle prossime riunioni. Quindi benvenuto, grazie infinite della generosità nell’assunzione di questa responsabilità e buon lavoro.
Secondo punto, il Piano Regionale per la Salute Mentale. Sul tema abbiamo cominciato a discutere dall’11 febbraio. Dopo due mesi abbiamo capito tre cose importanti dai discorsi fatti: 1) il Piano non è obbligatorio ma è un suggerimento proposto dalla dirigenza regionale e purtroppo viene mantenuto segreto e non divulgato spontaneamente; 2) il Piano, a quanto sostenuto dalla presidente della Consulta Regionale è stato originariamente richiesto ai direttori di DSM e da essi stilato (prevalentemente da Ducci, Cozza e Nicolò), poi successivamente sconfessato dagli stessi direttori (a quanto pare con grande disappunto del direttore dell’Area Integrata del Territorio Mastromattei) i quali rivendicano comunque la prerogativa insindacabile di definire il piano stesso in una nuova versione; 3) le osservazioni sulla bozza del piano regionale proposte dalla Consulta Regionale in accordo con le associazioni della Consulta stessa ed i presidenti delle Consulte DSM sarebbero state un buon punto di partenza se la bozza fosse rimasta in piedi. Risultato: in due mesi non abbiamo nessuna certezza riguardo al fatto che la Regione si doti di un piano per la salute mentale e se questo preveda un aumento delle risorse (umane ed economiche), ma possiamo essere sicuri che, qualora tale piano prenda forma, le istanze della cittadinanza, dell’utenza e dei familiari non verranno minimamente prese in considerazione.
Terzo punto. La Determinazione Regionale 1/2/22, n. G00964 riporta il numero di posti disponibili nei Centri Diurni per ogni ASL della Regione insieme ai posti autorizzati e l’incremento del 5% di questi ultimi. La situazione sembra idilliaca perché ciascun dipartimento mostra di avere la disponibilità di posti corrispondente al proprio fabbisogno e la Regione amplifica del 5% l’autorizzazione dei posti disponibili. L’aspetto inquietante è che non si fa alcuna distinzione tra strutture pubbliche e strutture private accreditate e non è chiaro se i fondi municipali previsti vengano condivisi anche con le strutture private. Come si fa a saperlo?
Quarto punto. La Deliberazione regionale dell’8 febbraio 2022 sulla “Misura integrata dedicata all’accesso all’assistenza e tutela della salute mentale e alla prevenzione del disagio psichico” sintetizzata sia dai proponenti sia dai criticanti con le due parole “bonus psicologo” nasconde in verità qualcosa di più consistente. Lo si deduce anche a partire dalla veemenza delle critiche che solleva in Consulta. Il punto critico maggiormente evidenziato è chiaramente lo stanziamento di fondi per dei “voucher” di consulenza psicologica spot a fronte di una cronica carenza di personale dei servizi territoriali. Viene tra l’altro stigmatizzata anche la bassa consistenza del voucher che si ridurrebbe ad una spesa di circa 60 euro al mese per famiglia, decisamente ridicola per qualsiasi prestazione psicoterapeutica. Sul piano metodologico l’opposizione alla proposta consiste nell’identificare la stessa come una risposta all’emergenza della situazione dei servizi salute mentale: il finanziamento previsto per questa attività distrae fondi che potrebbero essere utilizzati per l’assunzione di personale nei servizi psichiatrici essendo ben nota la carenza di organico. In realtà la distrazione di fondi, di fatto, non è dimostrata. La deliberazione fa uso dei fondi sociali europei che hanno finalità specifiche nel semplificare l’accesso agli strumenti di tutela messi in atto dalle amministrazioni locali e nulla hanno a che fare con i fondi investiti per l’arricchimento del personale sanitario, previsti nel bilancio nazionale e che attingono al Next Generation EU. Il problema semmai rimane sul piano dirigenziale: quanto organico è stato richiesto per i DSM dai direttori generali? Quanto è stato concesso dalla Regione?
Ci permettiamo di sottolineare che la questione sostanziale è anche un’altra. Nella fine del 2009 fu pubblicato un libro che metteva in evidenza un paradosso relazionale, s’intitolava “Gli insegnanti non insegnano gli studenti non imparano”. In una frase sintetizzava la complessità della situazione relazionale scolastica. Parafrasando quel titolo nella salute mentale potremmo affermare che “Gli psichiatri non curano i pazienti non guariscono”. E non è tanto lontano dal vero. Non dobbiamo prendere questa affermazione con religioso senso di colpa ma accoglierla con adeguata lucidità: sappiamo bene che gli psichiatri e gli operatori in generale non sono messi nelle condizioni migliori per svolgere la loro professionalità e competenza e le persone che vivono un disagio raramente trasformano irreversibilmente la loro situazione patologica conquistando una nuova vita ma, se va benissimo, trovano il modo di “adattarsi” ad una condizione che permette loro di recuperare una parvenza di normalità con un supporto farmacologico più o meno costante (l’ultimo sondaggio Eurispes riporta che 1 italiano su 5 ha fatto uso di psicofarmaci e quasi il 6 % ne fa un uso costante). Sappiamo bene che la normalità dei servizi psichiatrici è la gestione di una perenne emergenza. Sappiamo bene anche quali siano i costi umani, sociali ed economici di questo (le stime dell’OMS sono note da anni). Quale tipo di risposta possiamo pensare a questa situazione? È solo un problema organizzativo e amministrativo? Se avessimo tanto più personale e ogni psichiatra seguisse massimo 10 pazienti avremo la certezza di un risultato quanto meno dignitoso dal punto di vista del percorso terapeutico di ciascun paziente? Questo sarebbe vero se fossimo certi dell’efficacia delle strategie di cura utilizzate. Ne siamo certi? Lo sappiamo, la domanda può sembrare insidiosa, ma forse traduce una provocazione importante: è giusto pretendere che si dica la verità sulle possibilità di cura in psichiatria? E se queste possibilità non sono moltissime per mille motivi che sono ancora oggetto di discussione nella comunità scientifica pensiamo abbia decisamente senso costruire un sistema di prevenzione e tutela della salute mentale che sia quanto più capillare possibile, così come riconosciuto ampiamente da OMS e specialisti di settore. E la cruda realtà è che il Dipartimento di Salute Mentale non mette in atto una prevenzione sufficiente rispetto alla richiesta della cittadinanza. Il Distretto ne ha facoltà e responsabilità e può avere senso potenziare la sua rete di intervento territoriale finalizzata ai disturbi emotivi comuni, visto che tale ambito è già stato derubricato dal DSM dai passati atti aziendali e attribuito alle competenze dei MMG e PLS, arrivando addirittura a finanziare tale distrazione con premi di produttività sugli obiettivi sanitari nelle UOC del DSM. Quindi, anche se il Dipartimento intende attivarsi per recuperare terreno sui DEC, come sostenuto dal Dott. Grispini, forse è il caso di pensare che a questo punto il DSM non può occuparsi di tutto, e lasciar lavorare su questo il Distretto può rappresentare almeno un primo segnale di risposta ad un’emergenza che la pandemia ha solo avuto il compito di svelare. Come verrà fatto sarà oggetto di monitoraggio anche delle Consulte. La deliberazione pone dei problemi di potere all’interno della comunità della dirigenza ASL-Regione? Proveremo a capirlo ed a svelarlo qualora si contrapponesse alle esigenze della cittadinanza. Di certo, per farlo, servirebbero Consulte pienamente efficaci.
Varie ed eventuali. Finalmente qualcosa che non sia di competenza regionale si può forse proporre sperando in una discussione collettiva al posto dei monologhi. Innanzitutto Agave richiede per la terza volta che venga posto all’ordine del giorno la questione dell’agibilità politica della Consulta all’interno del DSM coerentemente con le funzioni affidatele dal provvedimento istitutivo che comprende tra i compiti dell’organo anche quello di verificare i livelli di prestazione garantiti ed erogati e proporre le iniziative ritenute più opportune per il miglioramento dell’assistenza. Viene poi richiesto per comodità procedurali l’invio della bozza del verbale a tutti i membri della Consulta qualche giorno prima dell’incontro mensile, al fine di poter abbreviare i tempi di approvazione. Se la prima richiesta seguirà un suo percorso di metabolizzazione (proposta formale di un argomento in forma scritta dopo tre mesi di richieste verbali), la seconda suscita una reazione scomposta, non si riesce neanche a completare il discorso, la richiesta viene interpretata senza dubbio come una sorta di provocazione e l’opposizione viene giustificata per esigenze di “cautela” legate ad un utilizzo del verbale non appropriato. Quale sia il timore di fronte ad una richiesta di condivisione (e non di pubblicazione, si badi bene) non è molto chiaro, soprattutto il fatto che la richiesta di semplice trasparenza venga interpretata come provocazione. La richiesta di pubblicazione comunque viene posta in seguito dal rappresentante di Attivamente e come è prevedibile il muro dell’opposizione si concretizza senza alcuna spiegazione comprensibile.
Anche questa riunione è trascorsa e anche questa volta la sensazione finale è che le energie che le persone, i pazienti ed i loro familiari, le associazioni e le istituzioni investono per partecipare si disperdono in tanti monologhi che rendono il tempo trascorso insieme assai poco produttivo ed efficace. Poco dibattito, poca discussione, poca focalizzazione sulle azioni da intraprendere a fronte dei problemi conosciuti, scarse o nulle occasioni di confronto con la direzione istituzionale seppur ripetutamente richieste. Come fa un organismo di tutela come la Consulta DSM a funzionare? A parte il ruolo di presidente che sicuramente assomma una quantità di responsabilità e di significati che possono essere difficili da gestire, come si può rendere l’organismo più efficiente ed efficace nella sua azione? Se le riunioni durano due ore al mese (quando riescono a svolgersi) e le problematiche sono di una tale complessità da coinvolgere centinaia di pazienti e operatori possiamo permetterci la non condivisione tempestiva delle informazioni e delle tematiche da affrontare con i membri effettivi? Possiamo permetterci monologhi “informativi” che durano venti, trenta o addirittura quaranta minuti? Non sarebbe meglio organizzare il tempo diversamente per lasciare spazio ad un dibattito informato (con gli interventi contingentati e gestiti dalla presidenza) dopo aver condiviso in altra occasione la documentazione? È possibile pensare che la Consulta si doti di canali di comunicazione per le vie brevi (email e chat) che permettano alla presidente di rendere edotti gli altri membri sui temi di interesse in tempo utile per approfondimenti e per un dibattito produttivo? Quello che si osserva è, da un lato, un’eccessiva macchinosità delle pratiche comunicative e partecipative, per cui le comunicazioni avvengono solo tramite la segreteria del DSM assegnata al presidente, oppure l’accesso ai verbali e alla consulta stessa prevedono quasi un esame concorsuale, pratiche che sono in netto contrasto con la modernizzazione delle attività istituzionali pubbliche. Di contro, la condivisione delle informazioni cruciali, il rispetto dei tempi di intervento nel dibattito e il rispetto stesso delle opinioni altrui subiscono la gestione aleatoria degli umori di chi fa la voce più grossa, come se la questione fondamentale sia chi ha più ragioni degli altri e non la difesa di un bene comune. Quanto tempo ancora dovremo sopportare tutto questo?